Oltre i luoghi

Ho iniziato a scrivere questo post i primi di febbraio, con gioia, per poi abbandonarlo, riaprirlo, cancellarlo e iniziarlo da capo. Ma ricordo bene quei giorni di qualche settimana fa quando era ancora tutto da inscastolare e mi ero fermata a pensare al significato della parola trasloco che, in maniera leggermente impropria, avevo tradotto con un “attraverso i luoghi”. E invece no – o per lo meno non proprio – perché trasloco dal latino trans- ‘al di là, oltre’ e locare ‘collocare, porre in un luogo’ prende come primo significato quello di trasferire qualcosa al di là del suo posto attuale, nascondendo un valore semantico ampio e altrettanto complesso.

Certo è che per andare oltre un qualcosa, prima bisogna attraversarlo.

Gennaio 2019. Marocco, Deserto Erg Ghebbi.

Così ho iniziato a pensare ai voli migratori, alla transumanza, ai nomadi, alle tartarughe marine che tornano a dare nuova vita proprio lì dove hanno conosciuto la loro. Ho pensato, in realtà, a quanto sia nella natura cambiare luogo, forma, colore, densità, peso, spessore. E anche se la nostra vita è iniziata con una migrazione, oggi cambiare luogo ci fa paura. Capita di essere più felici infelici, ma radicati. Capita, proprio ora, che una migrazione invisibile possa mettere sotto scacco interi Paesi.

Traslocare. Cambiare casa, ufficio, posto alle cose è difficile. Mette pensiero, a volte ansia, spaventa e agita gli animi. Perchè dentro a un luogo noto ci sono abitudini e schemi ricorrenti. Percorsi tracciati e informazioni invisibili che non siamo neppure in grado di identificare, ma che ci appartengono. Ci guidano senza farsi notare.

L’unica cosa certa è che andare oltre un luogo – anche per i più avvezzi – non è semplice o indolore. Avrei voluto scrivere qui di tutte le linee d’orizzonte che ho varcato e delle cose che ho imparato da ciascuna, di come tutto questo ha cambiato la mia forma e le mie radici, ma poi è arrivato il Decreto che ci chiede di rimanere tutti in casa e per la prima volta ci tocca traslocare al contrario. Portare dentro quello che c’è fuori. Imparare stando fermi, senza cambiare visuale. Imparare da un luogo che chiamiamo casa, ma che – di fatto – conosciamo poco. Aprirsi dentro e chiudersi fuori. Un lavoro nuovo.

Sono certa sarà un esercizio utile.

Immagine in evidenza di Ray Hennessy

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